La communicatio in sacramentis con i fedeli riformati tra legge divina, norme ecclesiali e discernimento pastorale

Antonio S. Sánchez-Gil

Abstract


La coincidenza del 500° anniversario della Riforma con il 50° anniversario della norma che permette una certa communicatio in sacramentis con i fedeli riformati – introdotta nel 1967 nella prima edizione del Direttorio ecumenico e poi inserita nei Codici canonici del 1983 e del 1990 – offre l’occasione di esaminare i precedenti, l’origine, gli sviluppi e la portata di questa disposizione. Nonostante i malintesi occasionati, tale norma ha segnato un momento di grande importanza nel dialogo ecumenico, in quanto ha rappresentato in modo tangibile il riconoscimento da parte della Chiesa cattolica dei fedeli riformati, quali veri fratelli nel Signore e, di conseguenza, quali legittimi beneficiari – in situazioni di grave necessità e a determinate condizioni – dei mezzi di salvezza instituiti da Cristo e affidati alla sua Chiesa. Se ben compresa e ben applicata – tenendo presente la grazia speciale di ogni sacramento nell’unità del settenario sacramentale, nel rispetto dei limiti della legge divina alla communicatio in sacramentis e con l’opportuno discernimento pastorale – tale disposizione ecclesiale può essere considerata una sorta di distillato di ciò che la Chiesa cattolica professa quando celebra sacramenti: la certezza che la salvezza viene solo da Cristo, il quale ha istituito i sacramenti e li ha dotati di un’efficacia salvifica, che – se si danno le giuste condizioni – può agire anche oltre i confini visibili della Chiesa cattolica; come accade nel caso dei fedeli riformati che, trovandosi in situazioni eccezionali di urgente grave necessità, li chiedono spontaneamente, sono ben disposti e manifestano la stessa fede professata dalla Chiesa cattolica.

The coincidence of the 500th anniversary of the Reformation with the 50th anniversary of the rule that allows a certain communicatio in sacramentis with the reformed faithful – introduced in 1967 in the first edition of the Ecumenical Directory and then inserted in the canonical Codes of 1983 and 1990 – offers an opportunity to examine the precedents, origin, development and scope of this provision. Despite occasional misunderstandings, this rule marked a moment of great importance in the ecumenical dialogue, as it represented a tangible recognition by the Catholic Church of the reformed faithful as true brothers in the Lord and, therefore, as legitimate beneficiaries – in situations of grave necessity and under certain conditions – of the means of salvation instituted by Christ and entrusted to his Church. If well understood and well applied – bearing in mind the special grace of each sacrament in the unity of the seven sacraments, respecting the divine law’s limits on communicatio in sacramentis and with the appropriate pastoral discernment – this ecclesial arrangement can be considered a kind of distillation of what the Catholic Church professes when she celebrates the sacraments: the certainty that salvation comes only from Christ, who instituted the sacraments and provided them with salvific efficacy, which – given the right conditions – may also act outside the visible confines of the Catholic Church; as in the case of reformed faithful who, finding themselves in exceptional situations of urgent grave necessity, request them spontaneously, are well-disposed and manifest the same faith professed by the Catholic Church.

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DOI: http://dx.doi.org/10.3308/ath.v31i2.211

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